Amore e Odio: cosa ho provato dopo i primi due Gran Premi
Aspettavo queste auto da anni. Poi sono arrivati i primi due Gran Premi, e ho provato tutto: entusiasmo, meraviglia, delusione. Spesso nello stesso giro.
Era anni che aspettavo questo momento.
Non una vittoria, non un campionato, non un pilota. Aspettavo un'idea. Aspettavo che qualcuno in Formula 1 avesse il coraggio di rimettere mano al concetto fondamentale della macchina da corsa: più piccola, più snella, gomme ridotte, peso giù. Auto vive.
Quando il regolamento 2026 è stato annunciato nei dettagli, ho pensato che sarebbe stato un notevole passo in avanti. Ero fiducioso.
Poi sono arrivati i primi due Gran Premi.
L'amore
L'amore è arrivato a spizzichi — e lo dico con tutta la consapevolezza di chi sa già cosa sta per aggiungere. Ma è vero. Ci sono stati frammenti, lampi di qualcosa che somigliava a quello che avevo immaginato. Traiettorie diverse tra un pilota e l'altro. Qualcuno che attaccava il cordolo da un angolo insolito, qualcun altro che preferiva una linea più larga, più pulita. Lo stile di guida che tornava a essere visibile, leggibile, riconoscibile.
In quei momenti ho pensato: eccolo. C'è. Il concetto funziona.
L'odio
Poi arriva il momento della ricarica, e tutto si ferma.
Non metaforicamente. Si ferma davvero: la guida si omologa, le traiettorie si uniformano, i piloti smettono di essere loro stessi e diventano esecutori dello stesso algoritmo. Gestisci qui, recupera là, non sprecare l'energia adesso. E in quei minuti — che non sono pochi — le auto sembrano tutte uguali. Non per colpa dell'aerodinamica, non per colpa delle gomme, ma per colpa di qualcosa che non si vede: il flusso di energia che detta la guida al posto del pilota.
Questo mi rattrista. Non che le auto non siano belle — lo sono. Non che i piloti non siano bravi — lo sono. È che il sistema ibrido, nella sua forma attuale, sembra progettato per nascondere il potenziale di questa generazione di macchine proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno.
Nei miei sogni — e me ne vergogno un po', ma neanche troppo — queste auto danzano sui cordoli come facevano quelle di fine anni novanta e inizi duemila. Nervose, scomposte, con quel mezzo secondo di paura prima che il pilota le raddrizzasse. Le vedo così quando chiudo gli occhi. Quando li apro, vedo qualcuno che esegue quello che è stato deciso nel briefing tecnico.
E adesso
Eppure non riesco a essere definitivo. Non ancora.
Sono solo due gare. Il bilanciamento tra parte termica ed elettrica è qualcosa che i team imparano a gestire nel tempo, e che la Formula 1 può ancora calibrare con i regolamenti. Il potenziale c'è — l'ho visto, anche se a sprazzi. E forse — spero — quello che ho visto finora è solo il punto di partenza, non il punto di arrivo.
Per ora convivo con entrambe le cose: l'amore per quello che queste auto potrebbero essere, e l'odio per l'occasione sprecata.
È una sensazione strana. Un po' come innamorarsi di qualcuno che non ha ancora capito quanto vale.
E tu, hai visto la stessa cosa che ho visto io? O mi sto perdendo qualcosa?
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