Il mostro dei social: il predestinato
Sui social, dopo Suzuka, ho visto di tutto: motori illegali, complotti, il Predestinato che darebbe trenta secondi a tutti con il motore Mercedes. Ho visto tutto tranne la realtà: un ragazzo diciannovenne che ha vinto una gara di Formula 1.
I social hanno dato voce a tutti, e penso che sia una delle conquiste più belle della nostra epoca. Ma ogni conquista ha il suo rovescio, e questo non fa eccezione.
Oggi, scorrendo i feed dopo il Gran Premio del Giappone, ho visto qualcosa che conosco bene: la negazione della realtà.
Un ragazzo diciannovenne ha vinto a Suzuka. Ha costruito la sua gara giro dopo giro, con una precisione quasi irritante per chi lo aveva già etichettato come troppo giovane, troppo acerbo, troppo inesperto per reggere certe pressioni. Ha battuto il suo compagno di squadra. È in testa al Mondiale. Eppure sui social non esiste nulla di tutto questo.
Quello che esiste, invece, è un motore illegale montato sulla Mercedes di Antonelli. È il Predestinato penalizzato da una power unit inferiore: dategli il motore di Brackley e darebbe trenta secondi a tutti. Un vincitore per caso, insomma, vittima di un sistema che non lo merita — o forse è il sistema che merita lui, dipende da chi racconta la storia.
Non tutti i motori "illegali" sono illegali
Peccato che quegli stessi utenti non ricordino il 2019. Due vittorie costruite in rettilineo, con un motore che poi — sorpresa — fu al centro di un accordo riservato con la FIA. Un accordo che non è mai stato spiegato pubblicamente. Un accordo che, se il motore era davvero regolare, non avrebbe avuto ragione di esistere. Ma questa è roba da appassionati veri, non da narrativa social.
Parliamoci chiaramente: il pubblico generalista — e in particolare una certa fetta di tifosi Ferrari con i paraocchi — vede solo quello che vuole vedere. E lo dico da ferrarista, categoria in cui mi colloco con una certa dose di disagio esistenziale, consapevole di essere una minoranza: quelli che riescono ancora a guardare una gara senza il filtro del tifo cieco.
Ragazzo italiano
Nello sport non ho mai tifato un pilota perché è italiano. Ho sempre seguito chi mi emoziona, indipendentemente dalla nazionalità o dal colore della livrea. Ma c'è una cosa che mi auguro: che i miei connazionali con i paraocchi non ripetano gli errori delle generazioni precedenti. Prendersela con un pilota giovane, italiano, solo perché non guida una Ferrari è una forma di ottusità che il motorsport non si merita.
Il rispetto non è opzionale. Possiamo non tifare Antonelli, possiamo preferire Leclerc, possiamo sperare in un mondiale Ferrari. Tutto legittimo. Ma il rispetto — quello — non si negozia.
E se dovesse vincere il titolo un italiano, un po' di soddisfazione dovremmo sentirla tutti. La Ferrari non vince un Mondiale costruttori da diciannove anni. Un pilota italiano non vince un titolo piloti dal 1953. Se c'è un momento per interrompere questa serie, potrebbe essere adesso. E il talento di Andrea Kimi Antonelli, almeno quello, non dovrebbe essere messo in discussione nemmeno sui social.
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